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Dalla fondazione al 1939.

“Le Truppe Alpine vennero ufficialmente alla luce il 15 ottobre 1872 per Regio Decreto firmato dal Re Vittorio Emanuele II a Napoli, con lo scopo di creare quindici compagnie alpine distrettuali in relazione al progettato aumento dei Distretti. I primi alpini compaiono nella nostra provincia tre anni dopo la fondazione del Corpo: la 16^ compagnia del 2° Btg. di stanza a Mondovì ha la sua sede estiva a Pieve di Teco. E’ la prima volta che leggiamo il fatidico nome nella storia degli alpini. Nel 1878, però, diventati dieci i battaglioni, il 2° diventa il 1° e due sue compagnie, la seconda e la terza, vengono accasermate rispettivamente a Pieve di Teco e a Triora. Nel 1887, infine, i battaglioni perdettero i nomi delle vallate per quello delle città sede dei rispettivi magazzini detti di “arredamento”. Fu così che i tre battaglioni del 1° Reggimento alpini assunsero i nomi di Pieve di Teco, Ceva e Mondovì.
Durante la prima guerra d’Africa, nel 1895, gli uomini del “Pieve” ebbero il battesimo del fuoco. Soltanto nove alpini, dei numerosi partiti volontari, ritornarono in Patria; tra questi: Basso di Rocchetta Nervina, Poggi di Imperia, Crespi di Ceriana e Buffaria di Pietrabruna, che dovettero sopportare la prigionia del Negus e passare attraverso mille avventure e peripezie. Gli altri caddero gloriosamente a Adua. Una medaglia d’argento e due di bronzo alla memoria, una d’argento e una di bronzo ai superstiti testimoniano di che tempra fossero fin da allora gli uomini del “Pieve”.

Facendo un passo indietro, nel 1877 ci si rese conto dell’indispensabile creazione di un reparto specializzato d’artiglieria adatta ad operare in ambiente montano. Nacque la “Brigata Artiglieria da Montagna”. Nel 1895 le brigate furono portate a cinque, e nacque così la terza di stanza ad Oneglia. Fra il 1909 ed il 1910 venne introdotto il cappello alpino anche agli artiglieri di montagna, le brigate prendono nome di gruppi e quello di Oneglia entra a far parte del 1° Reggimento.
Nel 1911 ebbe anch’esso il battesimo del fuoco, partecipando con la sua 2^ batteria alla guerra di Libia, inquadrato nel Gruppo Torino-Mondovì. La batteria fu presente alle operazioni nell’oasi di Tripoli, alle battaglie di Ain Zuara e di Zanzur.
Nel 1912 si costituì 8° Reggimento alpini al comando del Col. Antonio Cantore; la seconda batteria entrò a farne parte e partecipò alla battaglia di Assaba ed alla conquista del campo trincerato di Ettangi. Per questa valorosa impresa al Col. Cantore fu concessa la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.
Durante la campagna di Libia si fece notare per le sue impareggiabili doti di soldato il Maggiore Tamagni di Triora.

Alla vigilia della prima guerra mondiale fu costituito il 3° Reggimento di Artiglieria da Montagna al quale, il primo febbraio 1915, fu assegnato il Gruppo Oneglia con le batterie 25^, 26^ e 27^ che restarono alle sue dipendenze per tutto il periodo operativo. Assegnato alla 1^ Armata, il Reggimento raggiunse la zona di guerra all’inizio delle ostilità: partecipò ad azioni locali nell’alta Val d’Assa ed ai combattimenti per l’occupazione di M.Coston (17-24 settembre 1915). Dal dicembre 1915 al maggio 1916, con le batterie in posizione di Vallarsa, concorse alla difesa delle nostre linee di Castel Dante (10-11 gennaio 1916).

Ma torniamo, con un balzo indietro, alle vicende del “Pieve”. Nell’agosto del 1914 il “Pieve” si trovava già in alta Val Fella con la 2^, la 3^ e l’8^ compagnia e con le due di M.M. 107^ e 115^ che passeranno poi al Btg. Monte Saccarello.
All’inizio delle ostilità, il “Pieve”, assieme al “Val Arroscia”, viene subito impegnato in durissimi combattimenti per occupare il M. Cukla e la cresta del Rombon. Sarà questo monte il calvario del nostro battaglione che lascerà su quelle aspre rocce gran parte dei suoi uomini. Dal 23 al 27 agosto ed il 12 settembre del 1915 gli alpini del “Pieve” combatterono valorosamente. Anche il nemico, stupito per tanta dedizione e spirito di sacrificio, riconobbe apertamente il valore di quegli uomini. Il Gen. Krauss, ad esempio, riporta in suo scritto l’episodio del Rombon dove otto alpini della 3^ compagnia “Pieve”, piuttosto che cadere nelle mani del nemico, si buttarono in un burrone. Da questa terribile avventura uscì vivo l’alpino Giribaldi di Imperia, più tardi emigrato in Argentina e di cui non si ebbero più notizie.
Ancora il Gen. Vigliero testimonia di quel valore con parole altamente significative.
“Dopo tre giorni senza vitto, senza munizioni, coi fucili spezzati, quelli che possono, strisciando giù per le rocce, tingendole del loro sangue, pallidi, smunti, stracciati, inseguiti dai colpi nemici, tornano senza un lamento, con una parola sola sulla bocca, comune, semplice, magnificamente alpina: “Aspettavamo!””.

Nel 1916 l’episodio cruciale.

Precisiamo, intanto, che in tal occasione si parla del “Pieve di Teco Bis” che era schierato sul Cukla, occupandone, con la 2^ compagnia, la vetta.
Ecco il racconto dell’episodio, tratto, ancora una volta, dalla “Storia delle Truppe Alpine”.
“Su quelle posizioni le condizioni di vita erano assai penose, perché i posti avanzati erano dominati dalle posizioni nemiche e gli alpini avevano, come sola protezione dalle intemperie, il telo da tenda.
Due compagnie del 1^ reggimento Schutzen (44^ brigata), con i camici bianchi, nella notte del 112 febbraio, si avvicinarono alla posizione italiana senza essere avvistate e assalirono di sorpresa l’esiguo presidio della vetta del Cukla, sopraffacendolo dopo breve lotta. Immediatamente i rincalzi della 2^ compagnia tentarono invano la riconquista della vetta. Se il nemico potè catturare un ufficiale e 82 alpini, perdette a sua volta un ufficiale, quattro soldati e 30 feriti. Queste perdite, confessate dal nemico, dimostrano che il presidio del Cukla, contrariamente all’opinione allora diffusasi, aveva resistito.
Vi furono attacchi condotti dal “Pieve”, dall’Exilles, dal Bassano, ma la posizione perduta non fu più riconquistata.”

E proseguendo nella citazione: “l’episodio, di per sé di limitata gravità e assai comune nella guerra di posizione, ebbe oltremodo una conseguenza spiacevole e dolorosa, che, fin da allora urtò la sensibilità di tutti gli alpini. Il battaglione “Pieve di Teco” fu disciolto come tale, benché continuassero a sussistere tutte le sue compagnie. L’ingiustizia del provvedimento, proposto dal Gen. Giardina, risalta ancor più se si considera che sul Cukla vi era il comando del “Pieve di Teco Bis” e che il comando del “Pieve di Teco”, organicamente appartenente al 1° Alpini, era in Val Racolana con altre due compagnie del battaglione, la 107^ e la 115^. In definitiva, fu disciolto soltanto il comando del battaglione “Pieve di Teco” che non aveva nulla a che vedere co quanto era avvenuto sul Cukla.”
Da quel momento rimasero in linea i due battaglioni ponentini, Valle Arroscia e Monte Saccarello, che aveva incorporato due compagnie del “Pieve”. Anche il Gruppo Oneglia, che nel giugno 1916 è alle dipendenze del Comando Truppe Altopiano, concorre alla difesa prima e alla successiva riconquista delle Melette, Monte Fior, e Castel Gomberto (26 giugno). In agosto passa a far parte del XXII C.A. e partecipa ad azioni locali sull’Altopiano dei Sette Comuni.
Intanto si sviluppava l’offensiva italiana e il Monte Saccarello, facente parte del Gruppo alpini “Stringa”, partecipò alla lotta sull’Altopiano dei Sette Comuni e alla prima battaglia dell’Ortigara. Anche il “Val Arroscia” era schierato nella zona e tenne valorosamente le posizioni raggiunte fino a quando fu decisa la sospensione dell’offensiva. Durante questo periodo il Monte Saccarello ebbe 609 caduti e il Val Arroscia 387.

“L’Ortigara non è una sconfitta: non vi è sconfitta se non quando qualche cosa di umano è stato smarrito, impoverito, soppresso. Ortigara, cattedrale di alpini, monumento del sacrificio umano, monte della nostra trasfigurazione”.
Queste sono parole dell’allora Sottotenente, e poi Cardinale, Padre Bevilacqua. E basterebbero per dire di questa battaglia gigantesca, di questa epopea che può trovare un paragone valido solo nella ritirata di Russia. Ma noi vogliamo brevemente ricordare il comportamento dei nostri battaglioni, Monte Saccarello e Val Arroscia, che in quell’inferno furono sempre primi nell’eroismo e nel sacrificio. Il Monte Saccarello con una sua sezione mitragliatrici, giunse per primo, unitamente alla 137^ compagnia del Monte Stelvio, in vetta all’Ortigara il 19 giugno e vide poi ferito il suo comandante, Magg. Firmino Favaro, perdendo 22 ufficiali e 162 sottufficiali e alpini. Il Val Arroscia, schierato sulla linea q.2101 – q.2105 – Ponari, resistette all’attacco del nemico che impiegò nell’aspra lotta i lanciafiamme, e fu costretto a ritirarsi solo dopo aver subito perdite gravissime ed aver visto ferito anche il comandante, Magg. Chiaro. Tuttavia, i resti dei due battaglioni rimasero in linea fino al 30 giugno quando si concluse la durissima battaglia che costò al Val Arroscia la perdita di 838 uomini fra morti, feriti e dispersi e al Monte Saccarello 255.

Fra gli altri fatti d’arme di cui i nostri battaglioni e gruppi furono valorosamente protagonisti, vogliamo ancora ricordare la difesa del Monte Majo, da parte del Monte Saccarello , il 17 novembre 1917, che partecipò dopo un mese esatto alla difesa del costone di Casera Meletta, poco prima conquistato.

Nel 1917, dopo un breve periodo di riorganizzazione, il Gruppo Oneglia ritornò sull’Altopiano di Asiago (6^ Armata, XX C.A.) e prese parte alle nostre azioni offensive su M. Zebio del giugno; nel luglio si trasferì alla 3^ Armata (XXV C.A.) e nel mese successivo concorse ad attacchi nella zona di Castagnevizza. In ottobre a seguito dell’offensiva austro-tedesca ripiegò dalla linea dell’Isonzo e quindi prese posizione sul Piave. Inviato quale unità di rinforzo alla 4^ Armata (IX C.A.) ebbe parte attiva alla difesa sul Monfenera e sul Tomba (19-26 novenbre). Il comandante Alfredo di Cocco, caduto nell’azione con molti suoi artiglieri, fu decorato di Medaglia d’Oro alla memoria.
Nel novembre 1917 furono disciolti numerosi reparti alpini fra cui il Val Arroscia. Il Monte Saccarello fu disciolto il 9 dicembre ed ebbe così ancora il tempo, il 4 e 5 dicembre, di partecipare alla battaglia delle Melette con la sua 107^ compagnia che rimase costituita anche dopo lo scioglimento del battaglione.
Nel 1918 ritroviamo il Monte Saccarello nella difesa del Monte Grappa, nell’attacco ai Solaroli dove perdette tutti i suoi ufficiali e nella decisiva battaglia di Vittorio Veneto.

Il Gruppo Oneglia, dopo un mese di riposo, alla metà del 1918 fu inviato a M. Oro e quindi a Monte Medata (XVIII C.A.) ove restò fino all’aprile.
A giugno, nel corso della battaglia del Piave, fu inserito nella 3^ Armata (XI C.A.) e successivamente venne assegnato alla 1^ Divisione d’Assalto con la quale, alle dipendenze dell’8^ Armata, prese parte nell’ottobre all’offensiva per il forzamento della linea del Piave, ai combattimenti nella Piana di Sernaglia ed all’inseguimento del nemico fino a Vittorio Veneto (24 ottobre – 4 novembre 1918).

Nel febbraio 1921 i gruppi di montagna abbandonarono le precedenti denominazioni ed assunsero numerazione progressiva all’interno dei reggimenti: l’Oneglia divenne 1° Gruppo e da allora il suo nome non figurò più fra quelli dei reparti di specialità.

Dopo un sereno e spassionato riesame degli avvenimenti, come la fronda che flette la cima al vento e poi si verte per virtù propria, il battaglione “Pieve di Teco” si ricostituì in Mondovì il 9 luglio 1925 su due compagnie (2^ e 3^). Nel maggio 1926 si ricostituì anche l’8^ compagnia: in tal modo il battaglione fu completo.

Il 13 dicembre, alla presenza del Principe del Piemonte, il battaglione ricevette in Oneglia il gagliardetto “Ricordo di gloria passata, promessa di vittoria futura” offerto dalla Sezione A.N.A. “Alpi Marittime” e consegnato dal presidente Carlo Raffaele Amoretti. Così il Gen. Vigliero nella sua già citata monografia.

Il “Pieve di Teco” ritornò alle sue abituali sedi; ma trascorsero appena dieci anni ed il nostro battaglione, inquadrato nel 7° Rgt. Alpini con i battaglioni “Feltre” ed “Exilles”, fu inviato in Africa Orientale. Laggiù si distinse nella battaglia dell’Amba Aradam, dell’Amba Alagi sulla vetta della quale gli alpini del “Pieve” posero per primi il piede, dell’Amba Uork, a Mai Ceu, al Passo Mecan. Sedici caduti e sessanta feriti testimoniano del valore dei nostri alpini in quest’ultima battaglia. Non vi fu episodio di quell’impresa che non abbia visto protagonisti gli alpini del “Pieve”, che seppero sempre imporsi all’ammirazione di tutti per le loro alte capacità, il loro valore e spirito di sacrificio con i quali guadagnarono alla bandiera del loro battaglione una medaglia d’argento. Al termine della campagna d’Africa, prima che il “Pieve di Teco” rientrasse in Patria, così scriveva il comandante del 7° Alpini al Gen. Ricagno:
“Sono lieto di restituirti questo bel battaglione perché sono convinto che lo spirito regionale è una delle maggiori forze vive dei battaglioni alpini. Sono ancora più lieto di restituitelo con il segno del valore che si è meritato. Quando, ora fa un anno, fecero i nomi dei battaglioni che dovevano comporre il 7° africano vi fu qualcuno che disse: “in luogo del Pieve sarebbe meglio che ti prendessi il Ceva o il Mondovì”: ora ti assicuro, caro amico, che nessuno di questi avrebbe potuto essere migliore del “Pieve”. Aver vissuto vicino a lui per dodici mesi di campagna, aver avuto l’onore di comandarlo e vederlo partire, è quello che costituisce la punta di amarezza che si mischia alla mia gioia”.

Ci pare che ogni commento sia a questo punto superfluo."

Tratto da “Sezione di Imperia – Settantacinque anni di vita – 1923-1998”

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Il cortile della Caserma Siffredi fra le due guerre.



Il giuramento del 29° Reggimento alla Caserma Sifffredi.



In posa nel cortile della Caserma Siffredi di Oneglia.




Una cartolina d'epoca del Gruppo Oneglia.




I muli ad Oneglia



La fanfara del Btg. "Pieve di Teco".



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Dal 1940 ad oggi.

"Per qualche anno ancora i portici di Pieve di Teco, i vicoli di Triora e di Molini di Triora risuonarono del passo cadenzato e pesante e dei canti dei nostri alpini che furono, nel 1940, chiamati nuovamente a compiere il loro dovere col “Pieve” e col “Val Arroscia” sul fronte occidentale prima, col “Pieve” poi, inquadrato nella Divisione alpina Cuneense, in Albania e, infine, in Russia.

Sarebbe troppo lungo in questa sede ricordare, anche per sommi capi tutti i fatti d’arme in cui fu impegnato il nostro battaglione: la letteratura di guerra in questi ultimi anni, specie per quanto riguarda la campagna di Russia, è stata abbondantissima e ciascuno avrà potuto documentarsi a proprio agio anche se della Cuneense e dei suoi singoli reparti s’è parlato assai poco. La Cuneense, per sua sfortuna, non ha ancora trovato un Rigoni Stern o un Bedeschi. Ci auguriamo che qualcuno dei protagonisti faccia per la prima Divisione quello che i due scrittori sopra citati hanno fatto per la Tridentina e per la Julia, e lo faccia al più presto così come è stato da più parti auspicato.

Vogliamo, tuttavia, citare, per quel che riguarda la guerra in Albania, la tenace difesa del “Pieve” sul Faqja Gurit, il 21 dicembre 1940 ed il 24 dello stesso mese, quando il battaglione, attestato sulle quote 1620 e 1655, respinse tutti gli attacchi dei Greci, contando al termine della lotta 26 uomini fuori combattimento. Fra i caduti, l’eroico sergente Annibale Pagliarin, decorato di Medaglia d’Oro alla Memoria. Ma come non ricordare l’olocausto del nostro conterraneo, Tenente dell’8° Alpini, Btg. Cividale, Giacomo Brunengo da Pieve di Teco, caduto sul Golico e pure decorato Medaglia d’Oro?

E poi, l’epopea di Russia! Ma come fare, qui, a dire tante cose? Legga ciascuno le pagine, da 1571 a 1585, della già più volte citata “Storia delle Truppe Alpine” e saprà quanto lottarono, quanto soffrirono gli alpini del “Pieve”, guidati dal Magg. Catanoso, lungo la via del calvario che doveva portarli a Waluiki, là dove finì l’odissea del “valoroso battaglione alpino Pieve di Teco, ferrea compagnia di combattenti, piegata non dalle forze del nemico, ma dall’avverso destino”.

Quanti atti d’eroismo, noti e sconosciuti! Ricordiamo così, emblematicamente, la Medaglia d’Oro Ten. Gerbolini, le Medaglie d’Argento, Ten Bracco, Serg. Castagnino, Serg. Alberti, Alp. Roncallo. Ma non vogliamo dimenticare, l’altra nostra Medaglia d’Oro, seppur non nel “Pieve”, ma pur sempre nella “Cuneense”, del nostro concittadino, Ten. Alessandro Anselmi, cui è dedicata la calata del porto di ponente nella nostra città di Imperia. E poi, la grande schiera degli scomparsi nell’immensa steppa gelata, le inumane sofferenze dei prigionieri, come nuovi atti d’incommensurabile eroismo, il ritorno dei pochi, orgogliosi per aver compiuto fino in fondo il loro dovere, illuminati dalla tradizione secondo cui i Sovietici hanno dichiarato che “Soltanto il Corpo d’Armata Alpino può considerarsi invitto in terra di Russia”. Quale miglior riconoscimento della testimonianza dell’avversario! I pochi, che sono qui a ricordare le loro e le altrui sofferenze agli immemori, a imporre con la loro presenza il dovere di non dimenticare coloro che, così come è scritto sulla tomba simbolica del cimitero di Imperia – Oneglia, caddero “ubbidienti ai sacri decreti della Patria”.

Vorremmo qui terminare questa nostra rievocazione, ma saremmo ingiusti se no facessimo menzione almeno anche di altri reparti alpini nei quali militarono i nostri giovani: il battaglione Mondovì, il Val Dora ai quali furono assegnati gli uomini del disciolto “Pieve” nel 1916; il battaglione Mongioje impiegato in Corsica nel 1943; il Gruppo “Val Po” del 4° artiglieria da montagna, presente sul fronte occidentale, in Grecia e in Russia, e poi i singoli alpini, ufficiali e soldati, sparsi un po’ dovunque nei vari reparti, secondo le esigenze, nella Julia, nella Tridentina, nella Taurinense. Tutti, alpini, artiglieri da montagna, genieri alpini, sempre all’altezza del loro compito, sempre pronti a rispondere di persona per tenere alto il nome delle Penne Nere di questo estremo lembo di terra italiana.
Una menzione ancora ci sia concessa per il grande contributo che gli alpini dettero alla guerra di Liberazione, nelle varie bande eterogenee, organizzati in reparti esclusivamente alpini come le “Fiamme Verdi” in Italia o la Divisione “Garibaldi” in Jugoslavia, costituitasi con i resti della “Taurinense” dopo l’8 settembre 1943. In questo reparto, di cui forse pochi sanno gli Italiani, ma che tanto diede anche sul piano della fede alpina – non volle, infatti, mai abbandonare il cappello alpino – cadde da valoroso, meritando la Medaglia d’Oro alla Memoria, il Tenente veterinario del 1° artiglieria da montagna, Villi Pasquali, nostro conterraneo.

E oggi? Oggi che non c’è più la “Cuneense”, che non c’è più il “Pieve”? chi terrà alto il vessillo d’una tradizione luminosa, documentata da mille e mille atti di valore non solo militare, ma anche civile? Iddio voglia che ai nostri giovani non si debbano più chiedere prove belliche! Iddio voglia che i nostri “bocia” possano compiere il loro dovere in clima di pace, rendendosi utili alla comunità, come è già successo del resto, in mille altri modi che non siano quelli della guerra! Questo non vuol dire che quanto fecero i padri debba essere dimenticato solo perché fatto in altri tempi, sotto altri regimi. Essi compirono il loro dovere ed il loro sacrificio nel nome della Patria, perché i regimi passano, passano i governi ed i governanti, ma la Patria è sempre quella: l’Italia.
Siamo certi che in ogni reparto di Truppe Alpine i bocia imperiosi sapranno farsi onore come i loro padri, come tutti i veci che lottarono e morirono perché l’avvenire dei loro figli fosse migliore, nella pace e nella libertà.”

Tratto da “Sezione di Imperia – Settantacinque anni di vita – 1923-1998”

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Il 1° Reggimento Alpini della Cuneense sfila nel maggio 1942 a Cuneo.



Sul fronte Jugoslavo.



In marcia verso il Don nel 1942.



La ritirata di Russia.


 



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